lavoro

Il Jobs Act, spiegato

Una riforma radicale del mercato del lavoro in Italia. Come funziona?

 

 

 

Jobs Act è il nome con il quale è stata battezzata un’imponente riforma del mercato del lavoro italiano da parte del Governo Renzi, attraverso alcuni interventi legislativi a partire dai primi mesi dello scorso anno. Una misura che, al di là delle considerazioni, della bontà e dei risultati che si potranno apprezzare più in la nel tempo, ha dato comunque un violento scossone a un mondo fermo al palo da almeno un decennio, ossia dalla Riforma Biagi del 2003.

Con l’obiettivo principale di rilanciare l’occupazione in un mercato del lavoro che versa in cattive condizioni, il Governo si è cimentato in questa impresa per mezzo di leggi delega, cioè “per conto” del Parlamento.

I punti principali in cui si articola il Jobs Act sono:

  • la semplificazione delle forme contrattuali, mediante riduzione del numero delle tipologie di rapporti di lavoro, con finalità di incentivazione del contratto a tempo indeterminato, quello a cosiddette “tutele crescenti”;
  • la riforma della regolamentazione delle casistiche di licenziamenti;
  • l’estensione dei destinatari degli ammortizzatori sociali (le misure economiche a sostegno dei lavoratori che si trovano temporaneamente in stato di disoccupazione).

Le nuove regole determinate dai decreti attuativi del Jobs Act - http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2015/02/20/lavoro-cosa-cambia-col-jobs-act-da-licenziamenti-a-cococo_26bcf1a1-a94e-403a-b994-2f1f3db721c0.html

Le nuove regole determinate dai decreti attuativi del Jobs Act – http://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2015/02/20/lavoro-cosa-cambia-col-jobs-act-da-licenziamenti-a-cococo_26bcf1a1-a94e-403a-b994-2f1f3db721c0.html

 

TEMPO INDETERMINATO A TUTELE CRESCENTI

L’incentivazione, del contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti come prevalente rispetto a tutte le altre tipologie (tempo determinato, collaborazione a progetto, ecc.), passa attraverso il Decreto Legislativo 4 marzo 2015, n. 23 (se volete potete leggerlo qui).
Non si tratta di una nuova forma contrattuale, ma ne viene incentivato il ricorso grazie a una significativa agevolazione fiscale: basti pensare che per ogni rapporto attivato entro la fine dell’anno in corso, il datore di lavoro non pagherà circa 8mila euro di contributi previdenziali (una delle voci che più pesano nel computo del costo del lavoro, quasi nella misura di un terzo) all’anno e per un triennio, fino al 2018. Tali contributi “varranno” comunque ai fini pensionistici per i lavoratori, perché accreditati figurativamente presso l’Inps. È in arrivo, inoltre, un nuovo decreto di riordino delle forme contrattuali che punta a ridurne il numero in primis (iniziativa già partita, ad esempio, con l’abolizione dal 2016 dei contratti di collaborazione a progetto) e anche a semplificare gli adempimenti burocratici connessi all’instaurazione e alla gestione del rapporto di lavoro (ad esempio in materia di sicurezza ed igiene sul lavoro).

I LICENZIAMENTI

Con l’attuazione del Jobs Act, dal 7 marzo 2015 i contratti a tempo indeterminato si definiscono a “tutele crescenti” in estrema sintesi perché la protezione garantita per legge al lavoratore cresce all’aumentare della sua anzianità di servizio presso il proprio datore di lavoro: è infatti possibile individuare immediatamente il costo per l’azienda di un licenziamento, quantificabile da un minimo di quattro ad un massimo di ventiquattro mensilità (ad un tasso di crescita di due per anno di anzianità). Viene quindi limitata la discrezionalità dei giudici di disporre il reintegro nel posto di lavoro, fatte salve pochissime fattispecie di licenziamenti nulli o discriminatori. Non è difficile intuire perché le valutazioni tecniche, ma anche politiche e socioeconomiche, di queste norme sono contrastanti: se da un lato fanno chiarezza, lato impresa, su modalità, tempi e costi della cosiddetta flessibilità in uscita (quella in entrata è massima da oltre un decennio!), non ci si stupisca se si sente parlare di “precarietà decrescente” anziché tutele crescenti. La mossa del Governo, comunque, è coraggiosa perché lascia carta bianca alle aziende nella speranza di invertire il trend economico di questi anni di crisi, quasi in un pokeristico “all-in”.

 

Come cambia l'articolo 18 - http://www.studenti.it/lavoro/nius/jobs-act-riforma-lavoro-articolo-18-cosa-cambia.php

Come cambia l’articolo 18 – http://www.studenti.it/lavoro/nius/jobs-act-riforma-lavoro-articolo-18-cosa-cambia.php

 

GLI AMMORTIZZATORI SOCIALI

L’altra faccia della medaglia è contenuta nel Decreto Legislativo 4 marzo 2015, n. 22 questa volta (se avete voglia di leggerlo, lo trovate qui), con la riforma degli ammortizzatori sociali. La novità principale è la NASpI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego), già introdotta dalla Riforma Fornero del 2012 che, a sua volta, andava a modificare il vecchio assegno di disoccupazione: sempre in estrema sintesi si è deciso di allargare la base di lavoratori (inclusi – novità – anche i collaboratori a progetto) che possono accedere a questa ed altre simili tipologie di indennità, qualora si trovino in stato di non occupazione, riducendone l’entità col passare del tempo, col chiaro intento di favorire un atteggiamento proattivo di ricerca e riqualificazione professionale (in concerto con una serie di politiche attive messe in campo dai soggetti preposti, quali ad esempio i centri per l’impiego).

 

Le proposte degli altri partiti - http://soldielavoro.soldionline.it/infografiche/lavoro-le-proposte-degli-altri-partiti-dopo-il-job-act-di-matteo-renzi

Le proposte degli altri partiti – http://soldielavoro.soldionline.it/infografiche/lavoro-le-proposte-degli-altri-partiti-dopo-il-job-act-di-matteo-renzi

 

Sull’efficacia di questi provvedimenti, ampiamente prevedibile, si è scatenata una vera e propria guerra di numeri ed una polemica su più fronti: politica, economica, di informazione, battaglie in punta di diritto. Chiaramente, pochi mesi non sono sufficienti per valutarne l’efficacia ma, altrettanto onestamente, non è difficile intuire come si poteva e si doveva fare qualcosa di meglio: semplificare nei fatti e non solo negli slogan (invece di diminuire, obblighi ed adempimenti per le imprese si moltiplicano e le buste paga italiane sono le più complicate al mondo!) o superare la mera politica degli incentivi fiscali (che attendiamo al varco a fine 2018, dove si spera non ci sia un picco dei licenziamenti allo scadere degli stessi!) per fare giusto un paio di esempi. La rincorsa alla flessibilità estrema come volano per la crescita economica, tanto cara in moltissimi Paesi del mondo, non può passare per una replica parziale: negli USA, per fare un nome, si può perdere il lavoro in pochissimo tempo, ma non è raro uscire da un rapporto “inciampando” letteralmente in una nuova opportunità… in Europa non funziona esattamente così, e non c’entrano assolutamente le leggi in materia di diritto del lavoro!

Alessandro Trezzi

 

riforme_lavoro_italia

Le riforme del lavoro in Italia – http://www.tempi.it/primo-maggio-cosa-festeggiamo-il-lavoro-che-non-c-e-vent-anni-di-riforme-per-la-missione-impossibile-di-creare-occupazione#.VWrgLWD6X74

 
 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *